SCIENZA & SPORT: di Claudio Pettinari

Proviamo a discutere con un amico del legame che esiste tra sport e scienza: vi è una probabilità altissima che la discussione vada a finire sul doping, cioè l’intervento esogeno (ad esempio farmacologico o ematologico), o la manipolazione clinica, in assenza di definite indicazioni terapeutiche, finalizzate a migliorare le prestazioni di un atleta.

E’ noto a tutti che fin dai primi Giochi Olimpici gli atleti, ateniesi, cercavano in tutti i modi di prevalere nelle competizioni sportive utilizzando mezzi e strumenti a disposizione, anche non sempre completamente leciti, ma è altrettanto noto che l’allenamento psicofisico e l’utilizzo di specifiche diete alimentari sono stati ammessi, dai vari organi deputati al controllo della regolarità delle prestazioni, fin dai primi anni del XX secolo, anche senza una verifica analitica degli effetti che si possono produrre sia sulla salute che sull’equilibrio mentale di un atleta.

Ai Giochi Olimpici di Saint Louis del 1904, l’americano Thomas Hicks vinse la medaglia d’oro nella maratona e vinse la stanchezza, il gran caldo e l’alta percentuale di umidità bevendo un cocktail dietetico a base di solfato di stricnina, uova e brandy.
Tuttavia, dopo aver tagliato il traguardo, ci vollero ben quattro medici per rimetterlo in piedi.

E venendo ad anni recenti, chi non ricorda gli aderenti “costumi veloci” dei nuotatori, sviluppati dopo accurati studi di fluidodinamica e di biologia, anche in virtù del principio che riducendo il più possibile lo spessore di un costume il corpo umano offre il minor attrito possibile all’acqua (Fastskin Revolution).
Tali costumi consentirono, ai Giochi Olimpici di Sydney 2000, di far salire sul podio quasi esclusivamente gli atleti che li indossavano. Gli stessi atleti stabilirono 13 dei 15 Mondiali ottenuti.

Quali mezzi possono essere utilizzati e quali vietati, quali tecnologie sono oggi a disposizione dell’uomo, e come la scienza può aiutare a migliorare le prestazioni di un atleta senza favorire miglioramenti non permessi?

Le risposte a queste domande non sono né semplici, né le regole sembrano essere univocamente stabilite, anche perché ci sono spesso forti interessi nazionalistici e commerciali.
La vittoria in una gara importante porta non solo fama e notorietà all’atleta, ma benefici alla nazione, e soprattutto profitti economici consistenti derivanti da sponsorizzazioni e sfruttamenti commerciali dell’immagine dell’atleta o del prodotto utilizzato.

La tecnologia ha sicuramente aiutato lo sport .
Immaginiamo un match di Tennis tra Federer e Djokovic con le racchette in uso negli anni ’60: non susciterebbero le stesse emozioni. E pensiamo a come l’uso di calzature ad elevata tecnologia oggi protegga legamenti e caviglie dei giocatori di Volley.

Quando penso a scienza e sport che camminano insieme, la prima a sostegno dell’altro, torno con la mente a Dick Fosbury che il 20 ottobre del 1968 vinse la gara di Salto in Alto alle Olimpiadi di Città del Messico, lasciando tutti a bocca aperta utilizzando una tecnica che sorprese chiunque: mentre praticamente tutti gli atleti superavano l’asticella saltando “a forbice” (alcuni anche piegandosi sul ventre, tipo tuffo), questo ventunenne dell’Oregon girò le spalle e oltrepassò la sbarra con la schiena.

Fosbury aveva studiato quella tecnica di salto già dai tempi del liceo e del college e, nonostante i suoi allenatori gli consigliavano di desistere dall’uso della nuova “invenzione”, lui proseguì convinto dell’estrema naturalezza del suo gesto atletico. La sua si rivelò una rivoluzione sportiva simile a quelle scientifiche del XIX secolo.

Il mio cuore è invece sempre con Pietro Mennea. Simbolo dell’atletica italiana, con il ditino alzato al termine di ogni gara vinta, Mennea è stato veramente un innovatore e scienziato dell’atletica.

Dotato di un motore eccezionale, anche se non stilisticamente perfetto nella corsa, annotava su un’agenda, come un ricercatore, tempi di percorrenza e recupero, misure e distanze percorse, e inventò macchinari a iosa per rendere gli allenamenti di uno sprinter più significativi e performanti. In tanti lo ricordano correre dietro una struttura in plexiglass per valutare l’importanza dell’attrito dell’aria.

E che dire di uno dei più importanti scienziati inglesi, Stephen Hawking, che non è solo uno tra i più importanti fisici, matematici e astrofisici del mondo, conosciuto per i suoi studi sui buchi neri e le origini dell’Universo, ma è anche un uomo che ha messo se stesso a disposizione della Nazionale inglese di Calcio.

Dopo aver analizzato i dati di tutte le precedenti spedizioni ai Mondiali e delle partite della Nazionale inglese, ha sviluppato, in occasione dei Mondiali brasiliani, un modello matematico che potesse aiutare la squadra di calcio britannica, valutando le percentuali di vittoria a seconda della temperatura, dell’orario di gioco, dell’altitudine e dell’abbigliamento degli atleti.
Tutto questo non ha permesso alla Nazionale inglese neanche il passaggio al primo turno.

La prestazione atletica può essere influenzata da tanti fattori, ma per raggiungere l’apice nello sport sono fondamentali la genetica, l’alimentazione e, soprattutto, l’allenamento.

Claudio Pettinari

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