IL TORO DELL’ARENA: Francesco Micheli

“Il destino non viene…..da una sola direzione, ma cresce dentro di noi.” H. Hesse.

Quattro chiacchiere con Francesco Micheli, direttore artistico del “Macerata Opera Festival”, qualche mese dopo la nomina e il suo insediamento a Macerata ( incontro avvenuto nel dicembre del 2012).

Ero uscito dall’albergo di fretta, cercando di raggiungere il parcheggio dove avevo lasciato la macchina nel minor tempo possibile. Era tardi, dovevo tornare a casa, scrivere il pezzo, mandarlo al grafico per l’impaginazione, aspettare la bozza di ritorno, correggere ciò che andava modificato, aspettare il definitivo, andare in ufficio, inviare il file in tipografia sperando che l’omino delle rotative riuscisse a preparare la “ciano” entro la notte, e sperare di poter andare in stampa l’indomani mattina con il numero di Natale.
Era tardi. Sempre così. Pubblichi un bimestrale, 60 giorni tra un’uscita e l’altra, e ogni volta la medesima frase rivolta a te stesso e ai collaboratori:
-Ragazzi, anche ‘sto numero tutto un affanno. Per il prossimo stiamoci co’ la capoccia. Non ci riduciamo sempre all’ultimo momento. Possibile che non si riesca a stampare un’edizione in tranquillità?”-
Macché. L’ho definita “la sindrome di Gutemberg”. Programmi tutto, pianifichi, disponi, organizzi, concerti, consulti gli astrologi, e pure gli astronomi, t’informi sulle previsioni meteo a cura dell’Areonautica Militare e sugli spostamenti de El Nino, monitorato dalla Marina Mercantile, ti tieni in stretto contatto con il centro sismografico e i laboratori del CNR, fai di’ una messa ad un vecchio curato di campagna che sai essere uno degli ultimi ad avere ancora qualche contatto reale con Quelli di sopra, c’hai una scatoletta sopra la scrivania piena di gobbetti, cornetti rossi e peli di tasso, poi arriva l’ultima settimana e si scatena l’inferno. Invariabilmente. – Dove ho sbagliato anche ‘stavolta? –

Lungo il tragitto, sotto una persistente pioggerellina che fin dal mattino stava mettendo a dura prova le mie capacità di glisser, due domande andavano a zonzo nella mia testa: perché e quale. Perché? Quale?
Perché, io che indosso sempre scarpe con il fondo in para o in gomma, proprio quel giorno che dovevo correre avevo del cuoio sotto i piedi? Proprio quel giorno che le strade luccicavano come Swarovski? Che dovevo dimostrare che da piccolo avevo pattinato assai? Boh,…e poi: Quale? Quale titolo dare al pezzo?
Entrai in macchina, inserii la chiave nel blocchetto, feci mezzo giro e i tergicristalli iniziarono a fare cenno di no: gni, gno, gni, gno……evidentemente, quando ero sceso, con la fretta, non avevo azionato l’interruttore in off….gni, gno, gni, gno…..Spensi tutto. Presi il telefono: – Scusa France’, è Massimo. Una domanda: m’hai detto che sei nato a maggio. Sei per caso del segno del toro?- – Sì.- – Bene, grazie, ciaooo.- Almeno una cosa l’avevo risolta, il titolo del pezzo: Il toro dell’arena.

“Terminato il liceo, iniziai a pensare a quale facoltà iscrivermi. Dopo qualche indagine mi segnai alla Bocconi: Filosofia dell’Economia. Le prime letture dei testi, le prime lezioni. Economia 1, Economia 2, Analisi Matematica….ma che sto facendo? Tutta roba che con me non c’entrava proprio niente. Ero sconsolato dalla scelta. Una sera parlai con la ex compagna di banco delle superiori, con la quale ero rimasto in ottimi rapporti, che nel frattempo frequentava il corso di Arte Drammatica Paolo Grassi. Quella conversazione mi convinse ancor più che avevo sbagliato strada, dunque passai a Lettere. Mi interessava l’aspetto socio-culturale della società in cui vivevo, il perché delle tradizioni, degli usi e costumi, di cosa avesse influenzato il pensiero di genti diverse, e non capivo come tutto questo si potesse inquadrare in un sistema di assi Cartesiani. Con la facoltà umanistica entrai in quel mondo che era stato disegnato per me.”

“40 anni, regista e direttore artistico dell’Opera allo Sferisterio. Come la vivi ‘sta cosa?”

“Con tanto impegno e tanta responsabilità. So che mi è stato assegnato un incarico di grande prestigio e ce la sto mettendo tutta per non deludere le aspettative. Ovviamente è un ruolo che non posso svolgere da solo, ma in stretto rapporto di collaborazione e comprensione di chi mi circonda. Negli anni ho imparato ad ascoltare, e ogni giorno provo a perfezionare questo importante aspetto delle relazioni. Mi devo confrontare con uomini e donne ognuno con le proprie esperienze, con il proprio vissuto, con i diversi stati d’animo, dunque armonizzare i rapporti vuol dire per me compenetrarmi nel loro essere e trasferire le mie idee senza corrompere la loro dignità, la loro interiorità. Non è un’impresa facile ma forse è il lato più affascinante di questo mestiere: dare compattezza a tante personalità distinte e insieme tendere ad un unico obbiettivo. Con questo non voglio dire che bisogna essere accomodanti sempre e comunque. Se ti hanno affidato le redini, la direzione che prende il cavallo dipende unicamente da te. Questo lo so. Do’ molto valore alla spontaneità e alla lealtà, non mi piacciono le manfrine. Se difronte ad una situazione ambigua c’è da dire no, è no.”

“Dando un’occhiata alle cifre del primo anno, sembra che il tuo ingresso abbia notevolmente aumentato il numero di presenze in Arena.”

“Naturalmente sono molto orgoglioso dei primi successi, ma rimango con i piedi ben piantati a terra perché raggiungere dei buoni risultati all’inizio ti può rendere euforico, ma poi quegli standard li devi mantenere, e se non stai concentrato, inciampare e cadere è un attimo. La notorietà è una brutta bestia, t’accarezza se ce l’hai davanti, ma graffia appena le giri le spalle. Quando sei sulla cresta dell’onda tutti ti assecondano, ti esaltano, ti portano in gloria, ma devi sapere che è come essere sull’orlo di un baratro: vietato perdere l’equilibrio. Ho preso l’abitudine di analizzare il corso dell’intera giornata la sera, prima di andare a dormire. Passo in rassegna ciò che è stato fatto e se è capitato qualche errore, perché qualcosa che non è andato del tutto come avevi previsto c’è sempre, e allora mi correggo, apporto delle modifiche, provo a migliorarmi, ma soprattutto cerco di capire se il sistema nel quale sono coinvolto non stia allontanandomi dalla mia essenza, dalla mia spontaneità. Non voglio che niente e nessuno la metta a rischio.”

“Come ti trovi qui da noi?”

“Molto bene, anche se è una città un po’ scomoda da raggiungere. Una volta arrivati però le cose da vedere e da vivere sono tantissime. Senza voler cadere nella trappola degli stereotipi e dei soliti discorsi sulla valorizzazione, questo territorio offre opportunità di ogni genere paesaggistico, artistico e culturale che, forse per scarse conoscenze sulla comunicazione, non sono debitamente presentate negli itinerari turistici. Anche per questo il mio impegno nel sociale non è circoscritto nell’emiciclo dell’Arena per portare gente allo spettacolo, ma voglio portare lo spettacolo tra la gente, trasformare durante la stagione lirica questa città in un teatro a cielo aperto. So che dovrò affrontare diversi ostacoli duri da abbattere, ma il mio ruolo prevede che io lo faccia, e lo farò. Questa è la mia missione qui.”

“Al mio confronto sei un ragazzo. Cosa farai da grande?”

Francesco guarda il soffitto e allarga le braccia:
“Se nove mesi fa qualcuno m’avesse detto che sarei diventato il direttore artistico dello Sferisterio, gli avrei dato del matto. Compatibilmente con la situazione economica, proverò a dare sempre più slancio a questo mio impegno. Ho tanti progetti in testa, ma realizzarli non sarà uno scherzo. In Italia non è facile scardinare le convinzioni fossilizzate nelle menti di coloro che seguono la lirica, ma questo non vuol dire che non si possa, anzi, si debba dare una versione più fresca e un modo nuovo d’intendere quest’arte. Le difficoltà non mi spaventano, non mi risparmierò.”

Siamo alla quinta edizione del “Macerata Opera Festival” sotto la sua direzione. Quello che s’era ripromesso, quello che aveva raccontato a me, s’è tutto realizzato, alla grande.
Sono questi gli uomini che mi piacciono, quelli che sanno mantenere la parola data, soprattutto a se stessi.
Bravo Maestro, un abbraccio, Mamo.
A proposito. Perché quel giorno indossai un pajo di scarpe con la suola in cuoio con tutta quell’acqua che c’era in giro……mica l’ho più scoperto….boooh!

Mamo

(La foto pubblicata è una di quelle che mi diede lui all’epoca da utilizzare sulla rivista).

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