“IL TEMPO DELLA NOTTE” (6): di Elisabetta Bacaloni

A VOLTE ACCADONO EVENTI CHE SCONQUASSANO LA ROUTINE E PUR AVENDO SEMPRE DETESTATO LE COSE TUTTE IN FILA, CI VUOLE TEMPO ANCHE A SCARDINARSI DALLE ABITUDINI CHE NON APPROVI.

-Perché ho rivalutato il tempo della notte?
-Perchè per molti mesi non ho quasi più dormito e invece che sostare, come un’auto parcheggiata sul letto, ho iniziato a fare qualcosa, nella speranza che mi venisse sonno. E invece il sonno non arrivava mai e così ho messo in funzione i fornelli per cucinare, il pc per scrivere, le pagine di un libro per divorare ciò che non riuscivo a leggere di giorno. A volte accadono eventi che sconquassano la routine e pur avendo sempre detestato le cose tutte in fila, ci vuole tempo anche a scardinarsi dalle abitudini che non approvi. Allora ho iniziato ad apprezzare queste ore al buio e in solitudine, per lavorare, ma anche per pensare. Pensare…D’altro canto l’unica certezza che l’uomo ha di se stesso è proprio il “cogito” cartesiano, “siamo perché pensiamo” e in questo riflettere, nella solitudine, ho capito un sacco di cose. Quelle cose che ritenevo difficili da comprendere e anche da vivere. In realtà, nulla di ciò che fa parte della vita è lontano dalla nostra capacità di “poter fare qualcosa”; si deve avere la pazienza di far passare il tempo. Il tempo è davvero un medico potente, è ciò che non abbiamo la saggezza di apprezzare…è quello che ci rende frenetici e incapaci, quando nel mezzo del cammin di nostra vita, ci accorgiamo che la diritta via è smarrita. Il problema è che la diritta via non è mai il percorso che riteniamo migliore per noi, ma quello che altri e la società costruiscono, basandosi su fondamenta che spesso non ci appartengono. Intanto i minuti non scorrono e guardare l’orologio diventa un’ansia patologica, perché, dentro quel quadrante, non sappiamo cosa mettere. Il trascorso è dietro di noi, il presente risulta precario e il domani è in una sfera di cristallo, reticente nel predire i giorni che verranno. Quante dimensioni nel concetto di tempo…
Ci stupiva don Mario, a scuola: -Lo sapete? Una cosa è certa, chiara, inconfutabile: è errato dire che i tempi sono tre, passato, presente e futuro. O meglio, sarebbe giusto affermare che i tempi sono questi tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro.
Il mio prof di filosofia era solito farmi rimanere basita per il modo con cui esprimeva le teorie filosofiche e quando si trattava di S. Agostino, accavallava le gambe e teneva le braccia conserte, in segno di chiusura…non si discuteva; guardava lontano, dondolava un piede e prima di proseguire la spiegazione, dopo un’interruzione, batteva leggermente i denti, come se masticasse in bocca una verità che non riusciva ad ingoiare.
-Che vuole dire? Gli domandavo, accennando una timida alzata di mano.
-Significa che questi tre tipi di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non altrove:
il presente del passato è la memoria,
il presente del presente, la visione,
il presente del futuro … l’attesa.
In quegli anni, comprendere questa estensione del concetto di tempo mi sconvolgeva e non avendo esperienza, non lo capivo a fondo. Credevo che, dal momento che don Mario era un sacerdote, gli mancasse una parte di vita, quella che consente di legare le teorie di pensiero alla concretezza della quotidianità. E invece lui era un maestro, una persona che sapeva creare un’unione sinergica tra le sue potenti capacità intellettive e la sequenza di eventi che fanno parte del nostro procedere in questa terra, al di là della dimensione religiosa.
Mi piacevano il suo essere padrone di se stesso, la calma interiore che gli consentiva di guardarmi e leggermi negli occhi gioie e paure. Una volta è arrivato in classe con un dolce ancora incartato. Dalle finestre filtrava una luce chiara di maggio e l’aria era già tiepida. Sui banchi, i libri aperti sembravano profughi abbandonati, con le matite che imperavano tra due pagine, strumenti con cui scarabocchiare appunti svogliati sui bordi bianchi delle pagine invase da teorie del pensiero. Guardavo in direzione della cattedra, anzi scrutavo quel pacchetto e attendevo il significato della sua presenza in classe. Sperimentavo il concetto di attesa e la risposta arrivò poco dopo.
-Ci ha comprato un dolce, don Mario?
-No, mi è stato regalato.
-Non le piace, per questo l’ha portato a noi?
-E’ il mio dolce preferito.
-Ah…lo mangiamo insieme?
-E’ per voi. Io non lo assaggio neanche.
-Ma perché?
-Ho imparato che non sono queste le cose necessarie. Sono sempre stato un tipo goloso e per molto tempo non ho saputo frenare questa mio ingordigia. Poi un giorno, mi sono domandato, che cosa fosse una torta…cosa fosse la mia vita, se non riuscivo a fare a meno di una torta… Così mi sono esercitato alla rinuncia. Ho imparato a guardare questa leccornia senza desiderarla.
-E’ stato difficile?
-All’inizio, sì, ma imparerete che non sono questi i tesori che danno sapore ai giorni. Quando saprete dire di no alle fragilità che vi rendono in balìa degli eventi, allora sarete davvero uomini e davvero donne.

La campanella del cambio dell’ora suonò e lui si alzò con uno scatto che fece frusciare la tonaca nera, muovere passi alle sue scarpe stringate nere…tutto era nero, nero come il senso di smarrimento che la sua rivelazione aveva provocato in me. Mi sono sentita inadeguata, anche un po’ stupida nell’essere comunque arroccata su tante debolezze, che puntellavano la mia vita di adolescente: il sacchetto di patatine che compravo nel genere alimentari del rione, i biscotti di frolla con la glassa che mi concedevo, quando uscivo con le amiche, le scorpacciate di pizza bianca al rosmarino e il pane con la cioccolata a fette, che era davvero un sogno di bontà a cui era impossibile pensare di poter rinunciare. Poi la vita è andata avanti e ogni tanto mi capitava di ricordare le parole del mio professore di filosofia e anche se le ritenevo ancora sovrastrutture di pensieri, prodotti da una mente superiore, nel tempo le sentivo sempre più vicine, come se mi camminassero silenziose accanto, aspettando l’occasione di poter entrare a far parte di me. Oggi mi viene da sorridere nel ripensarmi ragazzina: ero di un’ingenuità disarmante, con una massa di ricci scomposti che mi ballavano in testa, esattamente come i pensieri che galoppavano in mente, in modo ipercinetico, sovrapponendosi l’uno all’altro, come se formulata un’idea, essa avesse già consumato la sua produttività e occorresse rincorrerne un’altra. Mi sono ritrovata adulta, con l’immagine di questo prete saggio, che camminava per le strade della mia città: le mani nella tasche della tonaca, il collarino bianco, le spalle curve e lo sguardo profondo, distante, ma comunque capace di penetrare, come pochi, l’animo umano. Un giorno lo incontrai che usciva dalla chiesa e mi sorrise da lontano. Gli raccontai di un dolore immenso che mi spaccava il cuore e m’impediva di avere speranza. Da un po’, non ero capace di sorridere e un senso di lutto sbranava i sentimenti, come se una bestia mi azzannasse tutte le volte che riprovavo a vivere; sentivo il sangue scorrere dalle mie ferite e lo stomaco lacerarsi, mentre la nausea saliva, come la lava incandescente di un vulcano in eruzione. Mi ascoltò e poi scosse la testa piano: -Non disperare, mi disse, uscirai dal tunnel, ti conosco e so che hai le energie per sopravvivere a tutto questo; la vita ti ha mandato ciò che puoi superare. Ricordo il suo abbraccio forte e breve, la mano che mi salutava per tornare poi, sprofondata, nella tasca.
Natale era vicino ed io non sapevo come accendere le luci dell’abete allestito; tutti quei pendagli mi facevano sentire più sola, in un deserto emotivo che mi lacerava. Ma don Mario aveva detto che ce la potevo fare, che ero capace; mi aveva guardata con un sorriso, a metà tra la tenerezza e il rimprovero burbero contro la mia paura. Il suo sopracciglio sinistro si era alzato, inarcandosi, lo sguardo era una lama che non ammetteva deroghe…mi dovevo rimettere in carreggiata o avrei deluso me stessa …per sempre.

Aggiunsi l’ultima ghirlanda d’argento ed emisi un respiro grande.
Collegai la spina alla corrente. L’albero diventò uno splendore di luccichii.
All’improvviso…
Piansi senza alcuna contrazione dei muscoli del viso. Solo le lacrime precipitavano dagli occhi, con l’irruenza dell’acqua che, dopo aver cercato in un percorso sotterraneo la via per fuoriuscire, finalmente, prende a zampillare come risorgiva, sulla superficie della montagna.

Ed io, da quel momento, non smisi più di vedere o intravedere la luce,
nei giorni e nelle notti più buie della mia vita.

Avevo imparato ad attaccare la spina.

 

Elisabetta Bacaloni

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