RIMPIANTO: di Beatrice Monceri

…ripenso a volte all’incontro con quel signore dai modi gentili, sento le sue mani tra le mie, rivivo il vibrare di sentimenti liberi, le parole di una mente velata…..

RIMPIANTO

L’incontro era terminato presto.
Avevo tempo prima di riprendere il treno. Entrai nel parco di Villa Borghese e mi sedetti all’ombra di un grande gelso. Era caldo ma il fitto fogliame regalava frescura alla mia lettura. Lo vidi avvicinarsi alla mia panchina, il passo lento, lo sguardo fisso su di me, una meta. Elegante, giacca grigia, gilet, un fazzoletto porpora al taschino. Camminava leggermente curvo in avanti, piccoli i passi, i pantaloni giocavano attorno alle lunghe gambe magrissime, le scarpe comode, quasi pantofole. Si sedette accanto a me togliendosi il cappello.
– Elena ! Ti ho riconosciuta ! – disse.
Stavo per rispondere, quando aggiunse : – Non parlare! Lo so che sei arrabbiata con me!
Come cercavo di parlare, sorpresa, mi fermava con altre parole : – Non ti ho cercata, ti ho lasciata lì ad aspettarmi. Lo so, mi odi. Ma non potevo fare altro. C’era lei. C’era prima di te ed aspettava un figlio, mio figlio.
Decisi di tacere, di ascoltare in silenzio. Non era confuso, era convinto che io fossi la sua Elena.
– Ti ho sempre pensata, ma non ti ho cercata, non subito. Sono scomparso, non ho avuto il coraggio di darti spiegazioni. Ma oggi ti ho vista e non ho resistito. Sei bella, come ti ricordo. Ho tutte le lettere che mi hai scritto. Le ho lette tante volte, di nascosto.
Mi prese la mano, la lasciai scivolare tra le sue, C’era una tale dolcezza nel suo dire che sentivo che assecondarlo era la cosa migliore.
– Mi aspettavi sempre seduta su questa panchina. O forse era quella là, non so. Sono venuto altre volte qui, ma non ti ho più incontrata.
Ti avevo preso dei fiori, piccole rose, come piacciono a te. Ma adesso non li trovo.
Si guardava intorno. Non si capacitava della scomparsa del mazzo di roselline.
– Rosse, con tanta nebbiolina, come sempre. E adesso? Che facciamo?
Mi strappò un sorriso. Ero lì per caso a leggere in quel parco e ora la mia mano nella mano vissuta di quell’anziano signore di cui non conoscevo nemmeno il nome. Fiori per me. Mi accarezzava le dita sfiorandole, lo sguardo velato dietro gli occhiali, quasi perso. A momenti assente. Emozione nei suoi occhi scuri. Sulla panchina di fronte un’anziana signora chiuse il libro che stava leggendo e mosse verso di noi , dicendo : – Su , andiamo ! E’ ora di rientrare !
Lasciai la sua mano a fatica. Tendeva a stringerla , a trattenerla.
– Tua moglie ? – gli chiesi.
– No , mia moglie non c’è più, è scomparsa. Non l’ho più vista. Lei è una signora bravissima. Non so come si chiami, so che è buona e cucina benissimo.
Sguardo stanco, rassegnato quasi , la donna composta nel suo tailleur d’altri tempi raccolse il cappello dalla panchina e lo mise in testa a quel romantico signore .Gli porse il bastone e lo aiutò ad alzarsi.
– Ciao , Elena , – disse riprendendomi la mano – ci vediamo domani , stessa ora. Avrò con me le lettere , le leggeremo insieme.
Portò la mia mano alla sua bocca e la baciò socchiudendo leggermente le palpebre, poi si incamminò esitante. La donna lo prese sotto braccio quasi a guidarlo.
Solo allora riuscii a dire : – Ci sarò.
Percepivo il vuoto presente e la lucida messa a fuoco di un tempo lontano.
– Come ti chiami ? – aggiunsi mentre lentamente si allontanavano. Non rispose. quasi fosse già altrove.
Si girò la signora : – Enrico. Si chiama Enrico. Io sono Luisa, sua moglie. Lo scusi, signora.
Restai seduta fino a quando non li vidi scomparire lungo il viale alberato. Impossibile allontanare il pensiero dalle parole di Enrico, dalla sua mano nella mia , da quel momento quasi rubato ad altri.
Tagliava il tempo con le forbici della memoria e ricuciva i pezzi, un patchwork di cui riconosceva solo alcuni riquadri ma senza un ordine temporale, come veder spuntare bucaneve in estate o margherite a dicembre. Mi sono sentita Elena per alcuni attimi, rubando una scena e un ruolo. Ho girato le spalle a quella panchina sapendo che il giorno dopo non sarei stata lì, confortata dal fatto che anche la mente di Enrico non sarebbe stata lì. Il pensiero più malinconico a quella donna, moglie scomparsa ma mai più presente . Perché si può sparire dalla mente di qualcuno, così, da un momento all’altro.
In treno sentivo ancora la mano di Enrico, vissuta, rugosa ma calda di vita . Mi chiedevo perché così vivo il ricordo di Elena, sicuramente lontano nel tempo, e annullata del tutto la presenza costante di una moglie . La malattia , sì. Ma nei pensieri salvati c’era una donna , lasciata ad un bivio, mai dimenticata. Mi sono chiesta quale delle due donne fosse o fosse stato l’amore : Elena, ancora seduta su quella panchina o la compagna con cui aveva costruito il suo percorso, Luisa, che in silenzio continuava a stare accanto a chi nemmeno la riconosceva più, Ho indossato per un attimo le inconsapevoli vesti di un rimpianto ed è stato bello veder brillare gli occhi di quell’anziano signore. Dicono che si ricordi con estrema lucidità il passato e si cancellino i fatti più recenti, ma credo che del passato emergano soprattutto le emozioni e i sentimenti importanti , Sarebbe bello se Elena avesse la possibilità di leggere queste parole! Verrebbe a sapere che è stata amata e che vive ancora nel cuore di Enrico. Perché è solo lì che si può conservare ciò che di vero nella vita abbiamo provato. Il resto si perde.

Beatrice Monceri

ph Mamo

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