IL MONDO AI SUOI PIEDI: Benito Moriconi

Gli eventi, i fatti, le circostanze, hanno sempre una logica? Intendo dire, tutto è “spiegabile”? Il numero 2 è sempre la somma di 1 + 1? Sulla carta è un’equazione che porta, ma nella vita? A me non sembra. O meglio, spesso non conosciamo a priori i termini che concorrono a determinare un dato risultato e soltanto con il “senno” del poi intravediamo, o ci illudiamo di comprendere, i singoli componenti che hanno stabilito l’esito, ma secondo me sono soltanto delle deduzioni arbitrarie che ci fanno comodo per giustificare la nostra ignoranza, per non rimanere impotenti di fronte ai casi della vita e ipotizzare un consolante “perché questo, perché quello”. L’Universo probabilmente ha le sue leggi ben definite, che temo rimarranno per noi inconoscibili.

Tanti anni fa, da ragazzo, ebbi occasione di conoscere Mario Cotelli, il commissario tecnico di quel gruppo di glisser denominato “La Valanga Azzurra”. Poi fu la volta di Gustav Thoeni. Quando era ai vertici della carriera agonistica, e qualche anno dopo ad una cena del Panathlon, che era l’allenatore di Alberto Tomba (ho incontrato anche lui in un’altre occasioni), e quella sera tenne una conferenza sul “fenomeno” bolognese.
Una prima riflessione: Cotelli era un cittadino che sugli sci andava come uno della domenica, eppure ebbe delle intuizioni tecniche che portarono gli sciatori della Nazionale Italiana a vincere tutto quello che c’era da vincere. Quando Thoeni prese “in mano” Tomba (altro cittadino), il ragazzo, sì, andava, ma nessuno avrebbe scommesso che sarebbe diventato per anni il castigamatti del Circo Bianco.
Una decina d’anni dopo conobbi un terzo personaggio, poco noto ai non addetti ai lavori, anche lui partito da una piccola valle del nostro Appennino, che divenne l’allenatore di sci di fondo tra i più blasonati al mondo. E’ proprio di quest’ultimo che vi voglio parlare: Benito Moriconi.

Notizie delle sua gesta iniziarono ad arrivarmi quando avevo una ventina d’anni. Sulla strada di montagna che porta da Sarnano a Sassotetto, in prossimità di un tornante, c’è un piccolo rifugio, che da un po’ ha cambiato gestione, ma all’epoca era di proprietà di un parente di Benito.
Una mattina, mentre andavo a sciare, mi fermai per prendere…a memoria un caffè, forse. In attesa che il brav’uomo me lo preparasse mi piazzai davanti al camino, all’esterno la temperatura faceva brillare l’aria. A destra, sulla parete, vidi delle foto appese che non avevo mai notato le volte precedenti: “Chi è?…”Ma come, non lo conosci? E’ Morico’, mi’ cugino. Sta su, sulle montagne grosse (le Alpi) da una vita, però d’estate ritorna per un po’, qualche volta se porta anche la squadra e li allena quaggiù. Lui dice che li porta al mare…je fa fa’ un buco de culo!” Seppi più tardi da Mariangelo Roselli, maestro e proprietario degli impianti della Maddalena (un altro caro amico che purtoppo non c’è più), che quando Benito portava gli agonisti (il gruppo giovanile), sì, li portava a fare il bagno a Civitanova M., però in bicicletta…più di 200 chilometri va’ e torna…più qualche “vasca” al mare, naturalmente.

“Oppure, quando era “buono”, ce li portava con il furgone, però quando il sole ormai era alto. Eh sì, perché prima di andare al mare gli faceva fare una sgambatina, all’alba, con gli ski-roller. Facevano la Sarnano-Sassotetto, lo stesso percorso che fanno le auto quando disputano il Campionato Europeo di Corse in Salita, e poi, tutti contenti, a fare il bagnetto.”…”E una madonna!”….”Oh, non te sbaja’, tra quei ragazzi c’era un certo Silvio Fauner, Giorgio Di Centa, Pierino Confortola,……tutta gente che anni dopo stava sul podio delle Olimpiadi”.
Mariangelo lo conosceva bene Benito perché, se pur più giovane, erano partiti entrambi dallo stesso paese arruolandosi in Finanza, stabilendosi nei pressi dello Stelvio Benito, e a Brunico Mariangelo, dunque, se non altro, si frequentavano per rapporti di lavoro.

Quel giorno ci incontrammo in un bar di Sarnano, seduti ad un tavolino all’aperto, mentre intorno a noi brulicava il formicaio dei vacanzieri.

“Sor Benito, che prende?”

“Ma che Sor Benito e Sor Benito! Innanzitutto dammi del tu, e poi, che prendi tu? Qui stamo a Sarna’, è casa mia, qui pago io.”

“Come mai ad un certo punto hai abbandonato la squadra juniores e sei andato ad allenare le donne?”

“Perché mi avevano fatto incazzare quelli della Federazione.
Era da tempo che sostenevo certe mie tesi, ma qualcuno dei “vecchi” si ostinava a non prenderle in considerazione. Sai i burocrati? Quelli che siedono in cattedra senza essere stati mai sui banchi? Eh!….
Prima di diventare allenatore ero stato per anni un atleta, con discreti risultati, e avevo studiato tanti particolari che possono fare la differenza tra arrivare tra i primi o in fondo al gruppo, anche se sei forte come gli altri.
Allenavo la Nazionale Juniores, e sapevo di avere in squadra ragazzi fortissimi. Fauner, in particolare, era una scheggia. In una prova dell’Europeo vinse Daehlie e Silvio 70°, lui che Bjorn lo batteva regolarmente. La cosa mi mandò in bestia. Sapevo che il motivo della disfatta era da attribuire alla sbagliata preparazione dei materiali e, nonostante predicassi da tempo un data teoria, nessuno stava ad ascoltarmi.
Il giorno dopo mi alzai prestissimo e con il mio vecchio skiman preparammo un paio di sci che facemmo testare dallo stesso Fauner in una prova comparativa, cronometro alla mano, davanti a tutti gli allenatori della Nazionale e diversi dirigenti.
La differenza fu schiacciante. Quel giorno era presente anche “il Grillo”, Maurillio De Zolt, che volle subito adottare le mie soluzioni, anche lui stanco di gettare via podi per colpa degli attrezzi. Una gara precedente, prima di vincere l’oro Olimpico nella “50”, l’aveva persa quando era nettamente in testa: – Mi hanno superato in discesa -.

“Dunque il contrasto ci fu perché sbagliavano la preparazione degli sci?”

“Non solo. C’erano divergenze anche nelle metodologie di allenamento. Avevo capito che lo sci di fondo presentava, sì analogie, ma anche delle differenze sostanziali rispetto ad altri sport aerobici, dunque doveva essere trattato in maniera differente da come fino allora si faceva.
Una vigilia di Natale mi incontrai con il dottor Rosa, dirigente del Marathon di Brescia. L’appuntamento iniziò alle 11 del mattino, convinto che sarebbe durato non più di un’ora. Alle 7 di sera eravamo ancora lì.

In quel centro si allenavano gli atleti africani, i maratoneti e i fondisti più forti al mondo. Discutemmo sui probabili benefici dovuti al vivere ad alta quota. Avevo notato che chi si allenava sugli altipiani faceva incetta di medaglie. Ero convinto che quella fosse la chiave di volta per migliorare le nostre prestazioni, ma quasi nessuno voleva credermi.
I nostri atleti, a parte quelli che venivano da Livigno, erano tutti valligiani, dunque non avevano sviluppato naturalmente quelle caratteristiche che l’alta montagna impone all’organismo.

Altra considerazione che avevo fatto nel tempo era che rispetto ai maratoneti e ai ciclisti, gli atleti dello sci di fondo lavoravano in regime anaerobico, come i 400metristi su pista, e questo era evidente misurando i lattati.
La mia teoria era: – A stimolo specifico, risposta specifica -.

Per intenderci: Un maratoneta di statura mondiale deve correre ad un livello, e non oltre, la soglia di 4/4,5 millimoli di acido lattico. Se la supera va in acidosi e la gara non la finisce. Misurato il circolo ematico di un “50ista” dopo un pajo di salite a tutta, scoprimmo che aveva valori di 14/15, la Genuin addirittura 25.
Le analisi effettuate sui nostri atleti mi convinsero che le metodologie d’allenamento dovevano essere completamente rivedute, e lo scrissi in un trattato intitolato – Intuizioni -, ma all’epoca incontrai non pochi oppositori.
Per questo decisi di abbandonare i maschi, non gli atleti, i dirigenti di quel settore.

Anni dopo le mie scoperte furono adottate da Vittori, l’allenatore di Mennea, Matteucci e Fava. Il direttore di fisiologia umana di Urbino la impose ai giocatori dell’Inter e a quelli della Nazionale di Basket, che lui seguiva. Costrinse i norvegesi a costruire un albergo depressurizzato dove ospitare i loro atleti, una struttura che riproducesse le condizioni dell’alta montagna, visto che normalmente vivevano e si allenavano a non più di 300 mt sul livello del mare. Ora tutte le Nazionali del mondo si allenano in quota, anche quelli che snobbarono le mie – Intuizioni -.”

“Così passasti ad allenare il settore femminile con la Paruzzi, Vanzetta, la Belmondo e la Di Centa, e vincere Mondiali e Olimpiadi”.

“Non fu proprio così automatico. Ero incazzato e di allenare non ne volevo più sapere, poi il Generale Valentino, allora Presidente della FISI, che aveva molta stima del me, mi convinse di provare con le donne perché lì i “fondamentalisti” erano molto più rari, e fortunatamente potei lavorare come piaceva a me.”

“E qual è stato il segreto che ha ti ha permesso di raggiungere l’Olimpo dello sci nordico, di ingraziarti la fiducia delle ragazze della Nazionale e diventare con loro il numero uno al mondo?”

“ Le facevo mangiare”.

“ ahahah…..Che vuol dire?”

“Gli allenatori che avevano prima del mio arrivo le costringevano a diete ferree e menù striminziti, preparati da cuochi con poco cuore, che non potevano di certo esaltare la loro gioia di vivere.
Io le lasciai scegliere, senza nessuna costrizione, anzi, aggiunsi un bicchiere di vino ai loro pasti. Il discorso fu semplice: – Siete donne, dunque dovete saper cucinare. Preparatevi quello che volete, tanto poi ve lo faccio digerire -.

Erano atlete ad alto livello, consapevoli di quello che stavano facendo, dunque giocai una carta che sapevo vincente, e questo piccolo stratagemma mi permise di entrare nelle loro grazie.
Fui fortunato, anche, perché le atlete erano pronte per fare il grande salto, e i dirigenti del “femminile” mi diedero carta bianca. Finalmente potevo mettere in pratica tutto quello che sapevo, accumulato in tanti anni di studio e di prove. Quando poi diventai l’allenatore della sola Di Centa raggiunsi l’apice. Mondiale e Olimpiadi.”

Benito come tutti i grandi è un modesto. Che piacere ascoltarlo quella volta, e mi piacerebbe rivederlo, ma lui vive a Bormio e ultimamente mi sposto poco. Forse la prossima estate, quando tornerà. Mi farò raccontare dettagliatamente di quella volta quando aveva 8 anni e fu trovato in mezzo alla neve di Piobbico, vittima di una indigestione, salvato da un medico polacco che per “caso” passò su quei campi innevati dove non andava mai nessuno a sciare. L’avrà mai saputo quel dottore che ha salvato uno dei più grandi allenatori del mondo?

Un abbraccio Maestro, e spero a presto.

Mamo

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