LE MIE PAROLE: di Elisabetta Bacaloni

DA ” IL TEMPO DELLA NOTTE” di Elisabetta Bacaloni

Il buio è sceso silenzioso in questa notte di fine estate e il gioco di luci che si riflette dal lunotto sopra il portone di casa è un chiarore donato dai lampioni che imperano in giardino, qui fuori. Le ombre hanno riflessi che evidenziano i contorni, ma non le consistenze e in questo torpore delle immagini intorno a me, mi domando perché questo tempo che, per nulla si discosta da quello che viviamo freneticamente di giorno, debba essere relegato al sonno, al periodo improduttivo della giornata. Lascio che una musica a basso volume si diffonda per la casa e nel rispetto del riposo dei vicini, mi aggiro scalza in questa atmosfera che si staglia come un quadro di Van Gogh, in cui la notte predomina con la presenza delle stelle, per raccontare che è anch’essa costituita di ore utili a delineare lo sciorinarsi di questa vita, tanto scontata quanto imprevedibile. In cucina, tutto è a posto, dopo la cena che si è consumata tra cibo e parole, ingredienti questi che tendono a riassumere gli eventi di un giovedì in bilico tra le vacanze che stanno sfumando e la leggera tensione del riproporsi degli impegni di lavoro. Impegni che tornano a delinearsi, come soldati a braccia incrociate, per imporci l’attesa di un nuovo inizio o la minaccia incombente di uno stress che ricomincia, nell’incertezza fremente che il periodo estivo non abbia abbastanza restituito buone energie in grado di garantire un riavvio energico dell’autunno.
Il tempo.
Il tempo è la dimensione fisica sulla quale scorre la nostra esistenza e tendiamo a definirlo come un nemico che accorcia, nel suo scorrere, le possibilità di fare, concludere, realizzare. Ciò è frutto di un incastro fatale tra la paura della morte, che interrompe il nostro passaggio terreno e la poca consapevolezza che si ha nel considerare la dimensione psicologica dei minuti che passano, quelli che consentono di realizzare molto, al di là della valutazione comparativa tra presente, passato e futuro, al di là di un conto sterile che azzeri l’entusiasmo di ciò che c’è e non di ciò che resta da vivere. A volte l’uso superficiale e corrente di una parola impedisce di cogliere in pieno il significato del concetto che si vuole esprimere. Genera un’ enorme tristezza discutere del tempo che rimane, perché questo implica che esso sia poco e che il “tanto” della nostra produttività sia ormai arenato su una spiaggia di ricordi, popolata da infiniti granelli di sabbia che si sono accostati, anno dopo anno, per consolidare il nostro substrato psicologico e dirci, a chiare lettere, che quelli siamo noi. Non è proprio così.
L’orologio dell’IKEA, appeso alla parete, sopra il carrello, sul quale il tostapane esiste, perché chi mangia con me possa avere bruschette create per dare sapore ad una fetta di pane raffermo, ha le lancette ferme, in quanto le pile sono scariche e in questa trascuratezza nel ricomprarle, segna sempre le 3.15…del mattino, del pomeriggio…non si sa. In realtà non credo che, il non segnare più l’ora giusta sia frutto della mia poca memoria, ma di un desiderio inconscio, da parte mia, di non voler consultare l’orologio più come una volta, di lasciarmi andare, affinché sia il mio ritmo interiore a scandire le cose che amo o devo fare. In tale meccanismo ritrovo il riposo, la serenità dimenticata nell’ingranaggio perverso di una corsa quotidiana e severamente imposta, che non ha un traguardo decisivo, se non quello di assolvere a degli appuntamenti, mai con noi stessi, che ci incasellano in stereotipi. Tale marcia, di certo, ci rende “adeguati” ad un sistema arrivista e volto alla quantità piuttosto che alla qualità, ma in modo devastante mortifica le potenzialità, quelle energie che consentono di giungere a destinazione, scegliendo percorsi che implichino l’uso del piglio creativo. Stanotte, nello stendere il bucato, che la lavatrice mi ha restituito candido e profumato di marsiglia, guardo la maglia di mio figlio che pende , come un combattente che si arrende, con le maniche nel vuoto, sospesa sul filo rigido dello stendipanni e appesantita dall’acqua che la centrifuga non ha saputo eliminare. E’ grande la maglia, non corrisponde più al concetto di figlio minore che ho stampato nella mente e questo peregrinare nella consapevolezza che gli anni siano trascorsi trasformando il mio bambino in un ragazzo, non mi rattrista affatto, ma genera dentro di me, la volontà e l’entusiasmo di vederlo venire adulto, forgiato dalla vita che non gli ha evitato i primi scossoni, accarezzato dall’amore certo di un padre e una madre, sentimento questo donato, neanche per scelta, ma perché è nella nostra natura, come il sangue che necessariamente scorre nelle vene , affinchè nessuna parte del corpo rimanga priva dell’ossigeno di cui necessita . Sistemo un paio di calzini e per un riflesso incondizionato, mi volto verso la libreria e davanti alla copia de “La grande sera” di Giuseppe Pontiggia, guardo gli occhi del mio primogenito, che sorride nella foto incorniciata. Davvero i figli sono biglie preziose che non finiscono mai di girare dentro di noi, per tracciare percorsi che rendono salda la nostra affettività e ci permettono di ritrovare sempre il senso della vita vissuta, anche quando la vediamo intrisa di fallimenti o quanto meno di progetti interrotti perché non abbiamo saputo fare di meglio. Mi soffermo ancora su quegli occhi di ragazzo e vedo distintamente parti di me; sapere che è già un uomo mi rende fiera e felice; è arrivato quando un suo fratellino era da poco volato via, prima ancora di emettere un vagito. Lui, invece, nel venire al mondo, ha pianto disperato, emettendo il suo primo respiro. Non ci chiediamo mai perché piangiamo nel nascere, ci sembra scontato che i polmoni si dilatino dolorosamente per la prima volta e guai se ciò non accadesse; ma quelle lacrime salate, che inondano le gote rosse e costipate su un visetto rugoso, ci avviano alla dualità che ci troveremo a combattere: il buio e la luce, il giorno e la notte, il bene e il male. Io, in quel pianto di neonato, ho ricominciato a vivere per un piccolo e grande essere unico che sgambettava arrabbiato, per poi calmarsi a poco, a poco, sul calore del mio seno. In questa notte che è scesa lenta, sono certa di non avere avuto felicità più grande dei momenti in cui i miei figli sono venuti alla luce, attimi preziosi in cui il loro corpicino impastato di liquido amniotico si è imposto ai miei occhi, riempiendoli di gioia e tenerezza, improvvisamente entrambe liquefatte in altrettante lacrime. Qui ho pensato, per la prima volta, in modo concreto, che una lacrima non può essere solo una goccia di dolore, ma anche un mare di felicità.

 Elisabetta Bacaloni

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