L’AMORE…CHE COS’E’?: di Elisabetta Bacaloni

Perchè mi guardi, Arianna?
-Perchè ti guardo? Perchè sei bello, no?…Dai, Giulio, che domande!
-… mi stai fissando…
-Ma no, pensavo.
-A cosa?
-Ricominciamo? Quando sono con te, devo essere presente al cento per cento sempre e invece io, di tanto in tanto, mi assento, vado via. Prima ti ascolto, mi piace ciò che dici, ti rispondo, ti guardo e vedo se pensi realmente quello che racconti e se mi accorgo che parli a vuoto, che non sei coerente nelle tue parole, vado via. Altrove.
-Io penso sempre ciò che dico!
-Mica è vero. Spesso dici quello che ti piace, ma tu non sei dentro quelle parole. Posso sedermi sulle tue ginocchia?
-Come i bambini?
-Sì, come i bambini…
-Vieni pure e spiegami…cosa stavi pensando?
-Sai, credo che l’amore non esista o meglio non sia quello che pensiamo in genere…
-Qua la cosa si fa complicata, accendo il sigaro…aspetta…Vuoi bere qualcosa?
-No.
Voglio dire che è facile parlare di amore, lo associamo sempre all’idea di coppia, ma non può stare compresso tra due persone un sentimento così grande, sarebbe un concetto limitato e non riuscirebbe mai a sprigionare la sua grande energia, rimarrebbe una forma di egoismo destinato a soddisfare bisogni primari. L’amore è un sentimento per tutte le cose della vita e può essere condiviso con un partner, ma esula dal concetto di relazione personale, finalizzato all’idea di incarcerare la propria affettività. Credo che molti matrimoni falliscano perchè si chiudono in un circuito pericoloso, in cui si concentra la propria capacità di amare, senza che essa possa esprimersi al meglio nella quotidianità, nel lavoro, nelle relazioni sociali, nella propensione a guardare fuori di sé per alimentare la capacità di comprendere, non giudicare, ma capire le ragioni dell’altro rapportate ai meccanismi umani e sociali in cui ci troviamo innescati.
-E allora tutto il mondo è sbagliato? Molti tentano la via del matrimonio e finiscono per condurre una vita in questa prospettiva.
-Allora perchè così tante unioni finiscono? Te lo sei chiesto mai? Perchè c’è un reciproco affidarsi inconsapevole, spinto dalla prima fase dell’innamoramento e guidato poi dal mantenimento di ciò che si è costruito insieme, materiale questo che, se non sei attento, consente di non pensare al valore dell’altro e di se stessi, ma solo di rispettare pedissequamente un catalogo di regole imposte dalla storia, affinchè quell’esperienza sia formalmente giusta, non criticabile dalla massa, ben inserita nel quadro del perbenismo suggerito da una società borghese e di radici bigotte. Può l’amore risiedere in una gabbia d’oro che ne limita l’espansione necessaria alla sua completa espressione? Non credo.
-Così, cosa vuoi dire, ogni volta che ci innamoriamo dovremmo mandare tutto all’aria perchè tanto nulla di buono è realizzabile in questo finto legame che limita ogni possibilità di essere felice?
-Ma no, non dico questo. Penso solo che una persona accanto può renderti la vita migliore, se entra nella tua esistenza per arricchire e alimentare questa sorgente affettiva, lasciandoti la libertà di scelta, al di là delle regole ritenute formalmente adeguate da una serie di convinzioni dettate da esigenze storiche, che non hanno più niente a che fare con le trasformazioni che l’essere umano ha maturato interiormente, conoscendo la libertà e quindi il rispetto di se stesso.
-Non ti seguo…allora quando ci sposiamo, comincia la tribolazione e come si fa a distinguere quando è l’amore ad alimentare l’unione? E’ impossibile?
-Credo che l’amore non si riconosca mentre lo viviamo; siamo troppo presi a stare bene, a derubare l’altro delle sue propensioni, affinchè esse diventino carburante utile a far procedere il treno sul binario. Desideriamo essere la sola fonte di felicità per la persona accanto e qui inizia la fine, perchè ognuno di noi può contribuire a rendere felice chi gli sta vicino, ma non potrà mai essere la sua unica ragione di benessere emotivo. Ci si fa del male mentre ci si racconta che ci si ama e si tarpano le ali in nome di un egoismo sterile dettato dal senso di possesso. Pretendiamo la completa dedizione altrui, trascuriamo la tenerezza e temiamo la povertà materiale e nel rincorrere il benessere economico, passiamo sopra a tutti, senza mai soffermarci a riflettere sul valore umano di chi ci sta accanto. Questo non conta più. Nel momento in cui uno dei due va via, per una responsabilità che non è mai solo la sua, perde ogni diritto e iniziano le diatribe legali per le questioni economiche, perchè spesso accade che si associ l’abbandono subìto con l’idea di punire concretamente il partner uscente, passandogli il messaggio che, finchè era innescato nel meccanismo del matrimonio, aveva un valore, ma fuori da questa struttura, lo perde e non può più arrogare diritti. Non è importante che debba comunque condurre una vita dignitosa, deve pagare materialmente gli affetti di cui ha privato l’altro, che magari era chiuso nel suo egocentrismo e non si accorgeva di non dare più niente, a livello di cura e attenzione agli slanci emotivi. Peccato che i sentimenti non si vendano al mercato, che non abbiano un prezzo e peccato che chi sostiene questa teoria è un essere fragile che grida al mondo la sua miseria: “non vuoi più stare con me che “ti amo” e quindi non hai diritto a nulla di ciò che abbiamo costruito insieme; devi lasciarmi ogni cosa, non conta che tu abbia sempre lavorato per questo nucleo, nulla conta che tu abbia sempre contribuito con il tuo reddito, qualunque esso sia, a soddisfare le esigenze di tutti e peggio ancora, non è importante che, oltre ad aver donato tutto di te, sia stato sempre disponibile ad ascoltare con dedizione, ad aiutare la crescita affettiva di ognuno, contribuendo ad un adeguato equilibrio emotivo del matrimonio. Non importa, ora. -Non hai mantenuto la promessa davanti a Dio e agli uomini, quindi meriti di rimanere senza niente e nessuno; chiunque urli, perchè abbandonato, non si mette in discussione, vuole tutto come prima, perchè chi esce dal matrimonio è pazzo ed è sano di mente solo chi ci rimane, per non perdere una quotidianità magari ormai fondata su consuetudini e atteggiamenti che rendono l’altro scontato e completamente schiavo di un meccanismo di compromessi che spesso non gli corrispondono…E questo sarebbe l’amore? Dove sta l’amore in tutto ciò? Me lo sai dire?
-No, non lo so…dove rimane allora la traccia, il campo dissodato degli anni trascorsi insieme in cui poter riseminare affinchè torni a crescere il grano? Dove sta ? Non c’è?
-Sta in ciò che rimane, nella terra arata, che tiene racchiusi in sé i raccolti che la natura ha già concesso, sta nei semi che il vento ha posato tra le zolle, nelle fessure che si sono aperte quando la pianta è stata strappata via dall’aratrice dell’indifferenza, che sembra procedere senz’anima, ma in realtà, il suo gesto violento ha un “perchè”…
-Cosa? Che vuol dire? Faccio fatica a seguirti.
-Non sei tanto ferrato sulle metafore? Mi fai fare un tiro dal sigaro toscano?
-Fai pure, ma spiegami…come fai a sapere dove rimane l’amore, se c’è stato, quando poi sembra naufragato e ognuno dei due prende una strada?
-Ripeto , da quello che rimane, da ciò che i pensieri dicono mentre si fanno altre cose, mentre si abbracciano altre persone, dalla capriola emotiva che provi nel momento in cui rincontri l’altro e non sai dove posare gli occhi, guardi il marciapiede, un orizzonte che non c’è, fissi il touch screen del cellulare, ma non vedi niente. Lì, in quella sensazione, ci sono i semi di ciò che è stato e di ciò che eventualmente sei capace ancora di costruire. Il contadino brucia il campo di grano, quando questo sembra sterile e pare non dia più raccolto? No, lo mette a riposo, lo fertilizza e poi torna a seminare; inutile insistere, quando è incapace di produrre, è momentaneamente esaurito e deve essere concimato. Il sole e le stagioni hanno un qualcosa di magico e il germoglio ha lo stesso impeto emotivo e passionale di un bambino che nasce con il suo primo vagito. Prima piange,urla, poi si quieta e infine sorride alla vita. La storia dell’uomo è strettamente connessa ai cicli delle stagioni; là dove l’amore vero è passato, la terra torna produttiva ad aprirsi, per lasciare che il seme sprigioni la sua forza vitale. Ma ci deve essere stato proprio l’amore, non uno stato di bisogno in cui uno ha ingaggiato l’altro per un progetto finalizzato. Questo sarebbe un contratto e basta, non un matrimonio, che è un’unione regolata dalla legge, ma basata sui sentimenti.
-Hai una concezione agreste della vita…forse sì, è questo l’amore per una persona: ciò che rimane quando ormai solo e contornato da un mondo che pulsa, capisci che non ti manca la struttura, l’impalcatura del menage fatto di servizi e bisogni, ma quell’anima in tutte le sue peculiarità, da guardare ora con occhi diversi, certo di poter compensare le differenze caratteriali, considerando l’altro da un differente punto di vista…
-Quale?
-Quello che ti consente di dire anche di no, senza che questo gesto sia eclatante, ma produttore di un sano confronto che permetta di crescere nell’ottica di entrambi…”io sono così, tu sei diverso, ma ciò che provo è forte e mi permette di aspettarti per prendere insieme una strada nuova che possa soddisfarci…non forzare il cammino, lascia che siamo io e te a sentire cosa ci manca di noi. L’assenza parla più delle parole.
-E cosa ci dovrebbe mancare? Quello che eravamo?
No, quello che saremmo potuti essere … ancora.
-Ci vieni a mangiare due “chitarrine allo scoglio” con me, davanti al mare?
-Ci vengo a mangiare con te, davanti al mare. Spegni il sigaro, però, non te l’ho detto mai, ma non amo il suo odore.
-Ok, lo spengo. Altrimenti?
-Altrimenti brucio il campo e niente potrà più crescervi  Abbracciami…
-Non mi ricordavo più quante cose ci fossero in un abbraccio vero.
-Facciamo a chi arriva prima al chiosco?
-Sei una bambina in questo…tanto arrivo prima io!
-E per fortuna che sono una bambina, in questo…! Riguardo al prendermi…lo sai quanto corrono i bambini?Ti do quattro, cinque metri di vantaggio, all’uomo non piace perdere … mai!
DA “GLI AMICI” di Elisabetta Bacaloni

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