LA GRANDE VIA: Mario Mengascini

5° DAN, 45 anni sul tatami, più di 1000 allievi e un solo obiettivo: il miglior impiego dell’energia.
Due chiacchiere rilassate con un maestro amico e qualche considerazione sui giovani.

Essere un campione non necessariamente significa essere un plurimedagliato, anzi, spesso i grandi uomini sono conosciuti da pochi, svolgono i loro capolavori nella penombra senza che si oda quasi mai il timbro della loro voce. Niente riflettori, niente fanfare, colori tenui come le arterie delle radici, ma proprio come queste fanno sì che le foreste si sviluppino, di alberi le seconde, di nuove generazioni di uomini i primi.

Onestà, coraggio, benevolenza, educazione, amore , lealtà. Sono queste le qualità sulle quali si poggia il codice morale del fondatore del Judo, Jigoro Kano, alle quali ogni judoista dovrebbe mirare durante la pratica della disciplina e la vita di tutti i giorni.

“Noi Mario ci conosciamo da tanti anni perché sei stato il maestro dei miei figli quand’erano piccoli piccoli. Ne hai allevati tanti di cuccioli, ma tu come hai cominciato?”

“Ho iniziato tardi, dopo il servizio militare. Praticavo già attività fisica e pesi e un giorno alcuni amici che frequentavano anche la mia palestra m’invitarono nella loro per assistere ad una esibizione, di Judo appunto.
Fui sbalordito dalle loro evoluzioni. L’idea di poter imparare l’antica arte dei Samurai, riveduta e corretta da Jigoro Kano, mi elettrizzò.
Mi iscrissi a quella palestra di Roma, perché è lì che abitavo in quel periodo, ed iniziai ad allenarmi. Dopo qualche mese subito le prime gare amatoriali alle quali seguirono quelle di più alto livello, a mano a mano che progredivo con le mie capacità e conoscenze delle tecniche.
Tornato a Recanati continuai l’apprendimento con un grande maestro locale con il quale vinsi un campionato regionale e una finale di Coppa Italia, valida per l’ammissione ai Nazionali assoluti. Ho partecipato alle competizioni per 10 anni poi, arrivato a 30, iniziai a rallentare fino a smettere del tutto. La carriera di un atleta non dura tantissimo, per lo meno ad alti livelli, ma non me la sentivo di abbandonare questo sport che mi aveva dato tanto, sia fisicamente ma soprattutto psicologicamente. Decisi di studiare per sostenere l’esame d’abilitazione all’insegnamento e una volta promosso iniziai questa avventura che dura ormai da più di 35 anni.”

“Credo sia una piacevole sensazione quella che si prova quando si riesce a trasmettere il proprio sapere per far crescere dei giovani.”

“Sì, sicuramente, ma le cose non sono state sempre facili e a volte non lo sono neanche adesso.”

“Tante delusioni?”

“Quando ero giovane la mia idea fissa era quella di portare il Judo a Recanati perché, nonostante fosse uno degli sport più diffusi al mondo, la mia città non aveva una palestra dove poterlo praticare. Quante tribolazioni per trovare i locali adatti, e quanti ne ho dovuti cambiare! Quanti sacrifici per conciliare il lavoro che facevo per vivere e gli allenamenti degli agonisti che preparavo. Quante dimostrazioni nelle scuole e nelle piazze per propagandare questa disciplina e avvicinare i giovani alla pratica. Comunque ho sempre trovato la forza per andare avanti, convinto dall’idea che educare i ragazzi al rispetto delle regole sia l’unica strada percorribile se si vuol creare un mondo migliore. Lo so che detto così sembrano parole grosse, presuntuose, ma il Judo è un grande insegnamento, è una filosofia e uno stile di vita ancor prima che una pratica sportiva.”

“Quindi più dolori che gioie?”

“Gioie poche, dolori assai……Ho avuto qualche allievo che mi ha regalato delle belle emozioni ma possiamo contarli sulle dita di una mano. Quando si arriva a certi livelli i più si perdono, e a me dispiace tanto, t’assicuro. Io mi impegno da sempre più che posso e a volte ho pensato che il mancato raggiungimento di determinati risultati fosse colpa mia. Poi, guardando meglio, ho capito una cosa: non c’è determinazione nella maggior parte di questa gioventù.
Ogni anno si iscrivono ai corsi una cinquantina di nuovi bambini. La stragrande maggioranza abbandona una volta conquistata la cintura gialla o al massimo l’arancione. Ho provato a chiedere ad alcuni miei amici maestri se nei loro corsi le cose cambino….ma via, è un fenomeno generalizzato, e non parlo solo di Judo.”

“OK, che all’inizio si facciano delle prove ci sta. Come ti spieghi invece che ragazzi arrivati alla marrone o addirittura alla nera subito dopo diano forfait?”

“ Non te lo so dire, e me lo sono chiesto tante volte. Forse per presunzione o per mancanza di stimoli. Si sentono arrivati…ma arrivati dove? Tu conosci le regole del Judo perché oltre che seguire i tuoi figli l’hai un po’ studiato e praticato, un certo momento hai anche fatto parte del direttivo, ricordi? Quando si arriva al decimo DAN, si ripassa alla cintura bianca. Questo ad insegnare che la progressione non ha un limite definito, non c’è limite all’evoluzione della conoscenza. Invece i ragazzi si sentono arrivati, sanno tutto. Poi c’è il discorso degli stimoli, e quelli bisogna che te li dai da solo.
Quando il mio primo maestro mi diceva che per imparare una tecnica la devi ripetere cento volte in un’ora, io la eseguivo duecento, trecento volte finché non m’accasciavo sfinito, però già il giorno dopo quel movimento cominciava ad essere quasi naturale, mi era entrato dentro.
Quando sei in combattimento non puoi stare a pensare cosa tirare, non hai tempo per riflettere, per studiare l’avversario, per prevedere una soluzione vincente. Ogni atto deve essere spontaneo e fulmineo altrimenti sei già a terra.
Il Judo è un’arte marziale, non una danza. Presuppone disciplina, autostima e un lavoro continuo, nel corpo ma soprattutto nella mente. La disciplina la si acquisisce seguendo le regole. L’autostima mettendosi alla prova.
Questi sono i parametri della Grande Via per diventare individui migliori, in palestra e nella vita, e solo migliorando se stessi si può migliorare il mondo.”

Come accade sempre quando tratto qualche argomento, per non fare una figura completamente di merda vado a “scufficchiare” tra i miei libri per saperne un po’ di più.
Ho letto che il dottor Kano per i suoi insegnamenti utilizzava un ideale giapponese molto antico:
“ La cultura senza forza è inefficace. La forza senza cultura è barbarica.”

A me i giovani piacciono sempre e comunque perché a differenza di “quelli cresciuti” in loro qualche speranza c’è, però……..non sempre si possono incontrare grandi maestri, ma ci si può auto determinare…o no?

Kansha Sensei Mario…un abbraccio grosso maestro!

Mamo

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